giovedì, 26 giugno 2008
Cari lettori,
vi abbandono per una settimana, ma vi lascio in buona compagnia: con questa cappa d'afa non vi sentirete soli! Me ne vado in Alta Valtellina a massacrarmi (leggi morire) a forza di scarpinare.
Verrà pure Polly e già so che me ne pentirò. C'è nell'aria lo spauracchio di una vacanza a base di baruffe con mio moroso che mi sveglierà all'alba per fotografare il camoscio d'oro - io me lo magno.
Statemi bene, a presto
pungola




mercoledì, 25 giugno 2008
Ebbene sì, Polly ne ha combinato una delle sue!
Domenica: il sole splende, il cielo è terso, giornata splendida, ideale per andare in montagna per una lunga camminata. Portiamo Polly con noi? Ma certo, ci farà compagnia!
Dopo essersi svuotata lo stomaco nel bagagliaio (in effetti i tornanti si sentivano), parcheggiamo l’auto e c’incamminiamo. Lo spettacolo è meraviglioso, tanti fiori colorati punteggiano il prato e c’è pure un ruscello in cui Polly non esita a lanciarsi.
Arriviamo alla meta, mangiamo dei panini che più duri non si può e c’incamminiamo sulla strada del ritorno, ma decidiamo di percorrere un sentiero parallelo in modo da vedere un malga.
Il paesaggio ci si apre d’innanzi, non possiamo che osservarlo meravigliati e mio moroso decide di cambiare l’obiettivo alla macchina fotografica per immortalare il momento.
Situazione: io reggo una macchina fotografica che costa una fortuna, la tengo saldamente, se cade mi aspetta la morte. Mio moroso ha appena preso l’obiettivo dallo zainetto, quando presagendo cosa sta per accadere, gli chiedo: “Che sta facendo Polly?”
Polly libera di scorazzare per i prati si sta rotolando su una boassa fresca (la boassa é la cacca gigante di vacca).
Io non posso mollare la macchinetta e grido a mio moroso: “Corriiiiiiiiiiiiiii!”, ma oramai è successo l’irreparabile. Polly è ricoperta su tutto il lato destro di fetida cacca!
Vicino al lurido animale, mio moroso non sa che fare perché non osa toccarla. Io sono immobile e medito la fuga, quando non contenta Polly si scrolla e filamenti marroni volano nell’aria andandosi a depositare su mio moroso. Noooooooooooo!
Lui è lì, con l’obiettivo in mano e non capisco se voglia piangere o tirare quattro porchi.
Mantiene un certo decoro, mentre io scoppio a ridere (che altro posso fare?) e cerco di pulirlo con un pietoso fazzoletto umido, purtroppo sui vestiti la cacca rimane.
Scuotiamo la testa allibiti e ripetiamo:”Non è possibile.”
Nel frattempo qualcuno passa; prima guarda Polly, poi noi e infine scoppia a ridere.
Iniziamo a scendere più velocemente alla ricerca di un ruscello, una pozzanghera, qualsiasi cosa pur di pulire Polly-porcello.
Tagliamo troppo e ci troviamo al punto in cui eravamo partiti per il nostro giro e questo vuol dire che ci siamo lasciati alle spalle tutte le fonti d’acqua che avevamo visto all’andata.
Mesti proseguiamo quando sentiamo il vivace gorgoglio dell’acqua! Ci precipitiamo anche se la cacca oramai secca per il calore e diventata un tutt’uno con il pelo di Polly.
Cerchiamo di pulirla, ma c’è poco da strofinare, non si toglie! Nel frattempo la lurida si scrolla ancora e noi veniamo innaffiati da quella pioggerellina profumata.
Stavolta è proprio il caso di dirlo: siamo nella merda!


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venerdì, 20 giugno 2008
Oggi parliamo di Airbag di Gianni Solla

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Lui si chiama Gianni Solla, ma in molti lo conoscono come Hotel Messico, blogger che bazzica in rete da più di qualche tempo per le cui storie, sia chiaro, io vado letteralmente in fregola.
In uno stile asciutto e lineare, l’autore presenta una vicenda dal forte impatto in cui personaggi disturbati si muovono sul precipizio di un baratro che, di fatto, è la loro vita.
Maurizio, il protagonista, fa il programmatore, trangugia snack, vive in una casa vuota che porta i segni dei suoi attacchi d’ira che lui chiama “souvenir”. É un pazzoide che per provare un minimo di eccitazione sfonda le cose e non solo le cose.
Eppure Maurizio non è così diverso da tutti noi. Non ne approviamo i comportamenti, il suo modo di scaricare la rabbia è sicuramente sbagliato, ma basta gettare un’occhiata al giornale, guardarci attorno mentre siamo in fila alle poste o in coda all’ora di punta, per capire quanto di Maurizio ci sia in noi e in chi ci circonda. Il protagonista diventa così un uomo comune che si confonde tra la folla, il nostro vicino, il nostro collega.
Ad incrementare le sue ossessioni, un traliccio della TIM gli permetterà di ascoltare le telefonate di un gruppo di persone della sua zona attraverso l’altoparlante del televisore.
Dopo un attento lavoro di catalogazione, Maurizio riconoscerà in Viviana una divinità “il mio Cristo obeso con le bruciature di sigarette sulle braccia” che tutte le sere chiama il numero antiviolenza perché suo marito la picchia. Qui mi fermo perché non voglio svelarvi troppo.
Perché raccontare questa storia? Nelle parole dell’autore la riposta: “C’è una vita segreta all’interno della vita stessa. Una vita fatta di lavori miserabili, di gente scannata, di puzza di sudore, di tradimenti, di segreti”, e ritengo che Gianni Solla abbia un talento unico nel delineare questo tipo di situazioni. Non si lascia mai andare a pietismi, a facile conclusioni e penso che questo breve romanzo sia la testimonianza di come Gianni si faccia sempre più strada tra gli antri bui dell’animo umano.
É una storia che affonda le radici nell’attualità e i cui frutti sono irrimediabilmente guasti.
Lungo la narrazione veniamo risucchiati da tanti piccoli vortici nei quali è semplice orientarsi, visti i riferimenti alla vita di tutti i giorni: colleghi schizzati, persone che per rimanere a galla compiono con un’inquietante regolarità gli stessi gesti, gente che più che vivere sopravvive. Storie nella storia, vite nella vita.
Credetemi, merita.

“Non c’è alcun spazio per la deformità: se non sei capace di salire i primi tre gradini del tuo condominio o di indossare la taglia quaranta, sei fottuto.”

(Airbag, Gianni Solla, Ad est dell’equatore, 2008)




mercoledì, 18 giugno 2008
treno_2Ho dimenticato nel mio breve reportage su Torino di parlarvi del viaggio e di quanto io mi convinca sempre più che scriverò un libro in treno, sul treno e che la mia prossima casa sarà un treno.
Siamo partiti da poco, quando un trambusto in fondo alla carrozza anima i passeggeri annoiati.
Tento in tutti i modi di sporgermi, allungo il collo, cerco di carpire concitati frammenti di discorso: “Presto presto...è ferito...ahi...ma come ha fatto...si muova!”.
Qualcuno si è fatto male, ma c’è troppa gente attorno al presunto ferito e io dalla mia postazione non vedo nulla.
“Ma ti rendi conto? Il fatto più emozionante della giornata e noi non vediamo niente da qui!” dico a mio moroso.
So di sembrare un’odiosa impicciona, ma il mio è un interesse puramente sociologico.
L’altoparlante del treno annuncia: “C’è bisogno di un medico in carrozza sette, un medico in carrozza sette.”, e il medico arriva in un lampo, neanche il tempo di dire “quando cerchi un medico non lo trovi mai”.
Non ci posso credere, pensavo succedesse solo nei film e invece su questo treno accorre prontamente un medico.
Io non riuscirei a vedere neppure con un cannocchiale, ma riesco a capire che un uomo di età avanzata nel tentativo d’issare la valigia sul portabagagli, si è scarnificato un braccio.
Non so come, non so perché e non ho visto la scena, accidenti!

Mi concentro sui passeggeri di fronte a me. C’è una ragazzina, all’incirca dieci anni, truccata da paura, che ascolta Britney Spears da un ipod. So che è Britney Spears perché sta compilando una lista della musica che ha nel lettore.
Si atteggia, è una smorfiosetta, ingolla pomodorini da un sacchetto per alimenti e legge Voltaire.
Legge Voltaire. Se volete lo ripeto: Voltaire. Bizzarro accostamento, Voltaire e Britney Spears.
Nel frattempo, alla faccia dei suoi pomodorini, io mangio dei biscotti al cacao, di quelli con la crema in mezzo. Separo i due biscotti e mi slappo il cioccolato.
La ragazzina mi osserva con la bava alla bocca e alla fine tracolla, abbandona Voltaire, passa il carrello-bar e acquista una confezione degli stessi miei biscottini.




lunedì, 16 giugno 2008
Com’è andata a Torino? Direi maluccio.
L’ho percepita come una città ostile, tutta compressa nei suoi spazi angusti e bui, cristallizzata in un altro tempo.
In uno sfavillio di luci notturne, i suoi abitanti si risvegliano dopo aver patito il peso della lunga giornata.
Ho avuto l’impressione che tutti vagassero inutilmente alla ricerca di qualcosa, qualcuno.
In due giorni non ho fatto altro che spostarmi in tondo tra i portici e la Mole, sede del Museo Nazionale del Cinema che mi ha alquanto deluso per contenuti (sembrava tutto approssimativo), segnaletica (non si capiva mai dove andare) e oltretutto l’intero percorso dei manifesti era chiuso al pubblico causa conferenza stampa. Grazie tante.
Nonostante questo il tempo ha tenuto, c’era il sole (qui non lo vediamo da mesi), ho fatto incetta di libri in una libreria fantastica “La bussola”, ho visto una bella mostra di Sabonet a Palazzo Madama, sacrificata purtroppo in una piccola saletta e ho trascorso ore nel parco del Valentino ad attendere il treno.
D’altronde da una città in cui i cani non alzano il muso da terra quando ti avvicini per salutarli, cosa ti puoi aspettare?
Dettaglio non trascurabile: ho assistito a due interessanti scenette. Al parco, mentre noi consumavamo una focaccia (perché a Torino ci sono così tante focaccerie liguri?), due ragazzetti su una panchina a momenti si univano nell’estasi suprema che è propria dell’idillio dell’amore.
Hanno poi pensato di spostarsi dietro a dei cespugli e mentre noi tagliavamo la corda, lei diceva a lui – Non pensar male -. Tzè.
In un locale eravamo seduti accanto a una coppia tristissima: un uomo sulla sessantina che cercava di darsi un tono accompagnato da una ragazza con un generoso balcone in bella vista buono per coltivarci un intero vivaio di gerani. Mentre lui perdeva i bulbi oculari tra i suoi seni, lei si sporgeva sempre di più e si sbafava l’intero menu.

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mercoledì, 11 giugno 2008
Puro delirio in treno l'altra mattina.
Salgo, prendo posto, mi preparo a diventare un ghiacciolo dato che Trenitalia ha la bella idea in estate di sparare a palla il condizionatore (e in inverno il riscaldamento), pesco il libro dalla borsa e pregusto il piacere di leggere in viaggio, uh che bello, quando all'improvviso un lamento mi perfora i timpani.
Trattasi di bambino, dannato bambino.
Getto un'occhiata in direzione dell'infante; due donne l'accompagnano. Farneticano, sghignazzano, una è vistosamente ubriaca (l'ho dedotto dalla birra che tracannava).
Il bambino si dispera, l'altra donna inizia a gridare "Stai zitto, basta! Taci!", metodo che se può andar bene per un cane, di certo non va bene per un essere umano!
La scena conferma la mia teoria secondo la quale certe persone non dovrebbero riprodursi.
Mentre tento di concentrarmi, irrompe nel vagone un tipo che inizia a cantare “Rapina a mano armataaaaaaaaa! Rapina a mano armataaaaaaaaa!”.
Tra le risate, snocciola frasi senza senso:”Uè! Perché dite che gli zingari sono peggio di voi? Non è vero! Rapina a mano armataaaaaa, Rapina a mano armataaaaaaaa! Ehi, datemi un soldino, cinquanta cent, altrimenti mi devo togliere il cappello e passare! Scusate signori se vi ho disturbato, arrivederci!”, e se ne va via importunando altri passeggeri, canticchiando il motivetto.

Domani vado a Torino, spero in ben altri incontri.




sabato, 07 giugno 2008
http://www.minimumfax.com/newsletter.asp?newsletterID=71&nl=1



giovedì, 05 giugno 2008
Oggi parliamo di A ovest di Roma di John Fante

a ovest di roma
Mah...non saprei dirvi se questo libro mi è piaciuto o meno. Sento che in Fante c’è molto di più di quel che è scritto eppure non riesco a coglierlo.
A ovest di Roma è una raccolta di due racconti lunghi Il mio cane Stupido e L’orgia preceduti da una dannata introduzione che svela tutta la trama e per tutta intendo dall’inizio alla fine. Che tu sia maledetto Franco Marcoaldi! Ma chi sei tu per rovinarmi un racconto con il tuo indegno riassunto?
Il mio consiglio quindi è di saltar a piè pari l’introduzione, di stracciare la pagina se preferite, di bruciarla, tutto pur di non rovinarvi la lettura.
In Il mio cane Stupido, la vita di Henry Molise è un completo fallimento. Vive in una casa a forma di ipsilon a Point Dume con quattro figli che semplicemente lo odiano e una moglie che davanti all’immaturità del marito non sa che fare. Lui spera un giorno di mollare tutto e rifarsi una vita a Roma in compagnia di una brunetta, nel frattempo è senza lavoro da mesi e il suo romanzo è a un punto morto.
Scenario desolante? A complicare tutto comparirà dal nulla un gigantesco cane, razza akita “aveva una coda cespugliosa e piumata che gli si incurvava sopra la schiena e zampe palmate grandi come il pugno di un uomo. Calcolai che doveva pesare pressappoco sessanta chili.”
Il bestione ribattezzato Stupido porterà scompiglio in famiglia e nel quartiere visto che ha una predilezione per il sesso maschile, cani e uomini e tenta di sodomizzarli tutti.
Viste le premesse e la spassosissima scena a pag. 40 quando Stupido, incontrato Rommel un pastore nero e argento “sovrano assoluto dell’impero canino di Point Dume”, in un pelo a pelo, ha la meglio (ovviamente a suo modo), io immaginavo che fosse al centro della narrazione il rapporto tra Henry e Stupido, invece il libro ha virato in maniera imprevedibile.
Non che questo sia un difetto, ma io l’ho percepito come un tradimento nei confronti del lettore.
Mi bastava che il disastroso quadro famigliare dello scrittore si fermasse alle prime pagine e non che mi si venisse a parlare delle beghe dei quattro figli.
Ad ogni modo, vale la pena leggerlo, forse Stupido per Fante era solo il veicolo per parlare di qualcos’altro. Mi aspettavo “letteratura canina”, tutto qua.
Per quanto riguarda L’orgia, non saprei che dirvi. Si tratta di una storia strana che si apre con “Si chiamava Frank Gagliano e non credeva in Dio.”
Non ho recepito il messaggio che voleva trasmettere l’autore.

“Stupido rappresentava la vittoria, i libri che non avevo scritto, i luoghi che non avevo visto...”
(A ovest di Roma, John Fante, Einaudi, 1971)




martedì, 03 giugno 2008
“Quando ascolto No surprises dei Radiohead, mi sembra che il mondo sia un posto migliore”


C’è qui un cuore che gronda sofferenza.

Chi vi parla non è una semplice fan, ma un’adoratrice dei Radiohead che non potrà partecipare al Concerto perché non ha trovato i biglietti.
Se tu, nella tua smisurata bontà nonché sfortuna, vessato da un capufficio criminale, da una fidanzata vendicativa o per mille altri motivi non potrai essere presente all’Evento (Milano, 17/18 giugno), ti prego pensa a me che da mesi piango lacrime di dolore.
Vendimi i tuoi biglietti, ti scongiuro.
Per te non sono nessuno, ma sappi che renderai felice una persona.

tua
pungola


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domenica, 01 giugno 2008
Ecco il resoconto di venerdì sera. Non sapete di cosa sto parlando? Allora vuol dire che non c’eravate ed è un peccato perché vi siete persi una gran bella serata.

L’appuntamento era a Villa Lattes, a Vicenza dove si è svolta una serata con ospiti la casa editrice “I Sognatori”, - Aldo Moscatelli, editore e Francesca Santamaria, illustratrice - e gli autori delle due recenti uscite editoriali – Flavio Pagani con “Lapsus” e Lucilla Galanti con “Altrove da me” -.
L’incontro è stato curato dall’associazione CaRtaCaNta, di cui peraltro faccio parte anch’io, e i due frontman sul palco erano Alberto Carollo e Alberto della Rovere come sempre impeccabili e preparatissimi.
La casa editrice “I Sognatori” per chi non lo sapesse è un’autentica rarità nel panorama editoriale.
È assolutamente contraria alla richiesta di contributo e si contraddistingue per una forte presa di posizione nei confronti dell’editoria a pagamento. L’editore nonché scrittore Aldo Moscatelli ha sviluppato un’ammirevole sensibilità nei confronti degli esordienti. Hanno anche un blog http://casadeisognatori.splinder.com, ricco di curiosità sul mondo dell’editoria e dove si parla sempre di libri.
Aldo Moscatelli, sollecitato dalle domande di Alberto Carollo, ha parlato di temi portanti quali l’editoria a pagamento, il difficile percorso dell’esordiente e dell’editore e ha spiegato perché preferisce la vendita on line rispetto alla tradizionale distribuzione in libreria.
Ha illustrato poi le ragioni che lo hanno spinto a pubblicare “Lapsus” e “Altrove da me”.
Il microfono è passato quindi nelle mani di un’emozionata Lucilla Galanti che, dopo aver letto il libro, immaginavamo come ha detto Alberto “con una scatola di antidepressivi al seguito” e che invece è una adorabile ragazza.
Infine Flavio Pagani che potrebbe benissimo essere uno dei personaggi del magico mondo di “Lapsus”.

Bene, dopo aver provveduto a raccontarvi brevemente quanto accaduto, posso mollare gli ormeggi e dirvi come ho vissuto io la serata.
Sono contentissima. L’incontro ha avuto un ottimo riscontro di pubblico (si tratta pur sempre di libri ed è inutile ricordare che in Italia, ahimè, si legge poco e solo gli incontri organizzati nei megastore del libro, con ospiti grandi nomi pubblicati da grandi case editrici richiamano persone), quindi per una piccola associazione di Vicenza, il risultato è sbalorditivo.
Ho potuto incontrare di persona Aldo Moscatelli e Francesca Santamaria che ammiro per l’impegno, la dedizione, la tenacia. In compagnia di mio moroso, siamo andati a prelevarli in centro città per condurli fino a Villa Lattes e abbiamo subito iniziato a chiacchierare. Nessuna barriera e simpatia a fiumi.
Aldo e Francesca sono due belle persone e spero in futuro di poterle rivedere, d’altronde se le tortuose strade del destino mi hanno condotto prima a loro, poi ad Alberto e infine alla serata di ieri sera, non posso che sperare in un futuro incontro, magari con un po’ più di calma...
Ho scambiato qualche parola con Lucilla e Flavio, fonte per me di enorme soddisfazione. Lasciatemelo dire: noi lettori dobbiamo dar fiducia agli esordienti e impegnarci a parlarne bene se riteniamo che i loro libri siano meritevoli. Io l’ho capito con il tempo, spero altri faranno altrettanto.
Ho avuto il piacere di conoscere alcuni blogger. La macina-libri PattyBruce con cui purtroppo, per problemi di tempo, non ho potuto parlare, Matteo Scandolin che ho subissato di domande incuriosita dalla sua www.rivistainutile.it e Uskaralis, persona molto interessante con cui mi sarebbe piaciuto intrattenere una lunga conversazione.
Internet accorcia le distanze...purtroppo non azzera i chilometri che ci separano dalle persone che vorremmo frequentare anche nella vita reale.

Grazie a tutti coloro che sono intervenuti, a chi ha collaborato per la buona riuscita della serata e in particolare a Davide, Alberto, Alberto. Un saluto affettuoso alle persone che ho conosciuto.

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